martedì 30 settembre 2014

Boom Pm10, Parma è fuori legge

Le polveri sottili tornano a soffocare i centri urbani

Il taglio del nastro è avvenuto il 20 settembre, ma nessuno se n'è accorto.
In quella data Parma ha raggiunto il numero di sforamenti (35) consentiti per legge per un intero anno solare.
Ed oggi siamo arrivati a 37 sforamenti, mentre restano ancora 3 mesi da conteggiare.
E come al solito è Parma che primeggia in tutta l'Emilia Romagna, aggiudicandosi il peggior risultato in termini di concentrazione di inquinanti.


Se la soglia da non superare è 50 microgrammi di particelle per metro cubo di aria, il nostro capoluogo ha dato il meglio di sé collocando sabato scorso l'asticella a 70 microgrammi.
Fuori limite anche domenica (64 µg/m3), e lunedì con 52 microgrammi.
Il mix di inquinanti è il solito che attanaglia le città e la pianura padana: traffico veicolare in particolare, ma anche impianti industriali troppo impattanti per un territorio morfologicamente inadatto a difendersi dallo smog.
La pianura padana è un'enorme conca dove a causa della scarsa ventilazione gli strati di aria tendono a mantenersi stabili, con un lento ricambio delle masse atmosferiche.
E' la cosiddetta inversione termica, che complice l'alta pressione, comprime l'atmosfera a terra.
Il risultato è quindi una massa di aria che circola con lentezza più o meno sempre nella stessa area, arrotolandosi su sé stessa in una specie di ricciolo che assomiglia a zucchero filato di carbone, sempre più intricato, denso, scuro, velenoso.
Tutti noi respiriamo questa miscela inquinata e la fasce deboli della popolazione, bambini, anziani, malati, ne subiscono le conseguenze maggiori.
I dati dei Pronto Soccorso seguono con coerenza i ritmi delle polveri sottili: bronchiti, affezioni respiratorie la classica infiammazione delle vie aeree che diventa cronica.
Non ci sono alternative se non nella sostituzione delle emissioni attuali con altre meno inquinanti.
L'unico antidoto alla situazione sempre più grave della nostra aria è il calo della pressione ambientale.
Se la pancia cresce si deve smettere di mangiare, se aumenta la tachicardia deve calare il numero di caffè, se non si vuole soffocare, non si può fumare in una stanza chiusa ma, soprattutto, non si devo fumare.
Il fronte di attacco all'inquinamento è quindi concentrato sulle manovre per ridurre le emissioni.
Controlli serrati alla qualità dell'inquinamento dei medi e grandi insediamenti industriali, compresi gli scarichi in acqua, ma soprattutto riduzione della circolazione di mezzi privati all'interno delle cerchie urbane.
La soluzione è quella di creare un efficiente, puntuale, conveniente sistema di trasporto urbano pubblico che consenta di accedere ai centri città con frequenza e velocità, lasciando le auto nei parcheggi esterni.
Un altro importante progetto, questa sì che sarebbe una grande utile opera da finanziare, è quella di creare une rete provinciale su rotaia che consenta ai pendolari di giungere in città in velocità, puntualità, comfort. Altro che autostrade senza senso né senno.
Decisive sarebbero le metropolitane leggere e frequenti che colleghino i paesi satellite al capoluogo, l'ossatura di un trasporto moderno e non impattante, che darebbe anche l'occasione di ripensare anche il luogo di residenza, favorendo il calo della pressione abitativa sui maggiori centri urbani a favore del vivere in periferia o in collina con evidenti vantaggi economici per le famiglie.
Soluzioni che guardano avanti, consapevoli del danno che stiamo causando.

Nel frattempo, tratteniamo il respiro.

venerdì 26 settembre 2014

Parma, il disastro del Paip, l'inceneritore inutile

Iren sull'orlo di una crisi di nervi

Il 15 ottobre 2008, con la delibera 938, la Provincia di Parma dava il via al progetto dell'inceneritore di Parma.
Sono praticamente passati 6 anni e il bilancio è disastroso.
A Ugozzolo troneggia soltanto l'inceneritore, mentre il progetto prevedeva la realizzazione di altri edifici con impianti di trattamento dei rifiuti urbani che permettessero lo smantellamento completo della vecchia sede dell'inceneritore, al Cornocchio.
Invece, agli impianti obsoleti del Cornocchio, continuano ad andare i rifiuti indifferenziati e le raccolte differenziate.


Il teleriscaldamento è stato collegato al camino ma l'estensione prevista della rete è molto lontana dagli obiettivi (e obblighi) di Enìa/Iren, determinando un surplus dei flussi emissivi “autorizzati” alla messa a regime dell’impianto.
E’ scaduta la delibera di VIA e di AIA (anche dopo la proroga di 4 mesi) e la nuova AIA non è stata ancora emessa per la documentazione carente presentata da Iren, per continue richieste di modifiche “in corso d’opera” e per i ritardi alla presentazione delle integrazioni richieste.
Si potrebbe affermare che ora sia tutto da rifare, anche perché rispetto al 2008 è cambiato il mondo e i “numeri” del progetto non rappresentano più la reale situazione del territorio provinciale di Parma.
Con il capoluogo al 70% di raccolta differenziata verranno a mancare nel 2014 15 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati, che caleranno ancora nel 2015.
Il boschetto mangiapolvere, fantasmagorico “must” del progetto, è stato piantumato con essenze a foglia caduca.
Significa che per metà dell'anno gli manca lo strumento (le foglie) per intercettare le polveri.
E' inoltre una specie di distesa di rami secchi, con esemplari ancora giovanissimi che, se non sono morti, sono talmente esigui che non raggiungeranno alcun effetto per anni come ammesso dalla stessa Iren (è previsto il raggiungimento degli obiettivi di “assorbimento” dell’inquinamento tra 10 anni).
Iren è sotto diffida perché all’impianto del Cornocchio, visto che l'autorizzazione lo consente, arrivano anche rifiuti speciali da fuori provincia, poi avviati all'inceneritore nonostante il vincolo autorizzativo di accogliere solo rifiuti originati nella provincia di Parma..
Il mancato completamento e attivazione della rete di teleriscaldamento ha comportato quindi il mancato rispetto delle prescrizioni dell'Aia del 2008, così come la non realizzazione degli edifici di completamento del Paip, che ha addirittura chiesto un differimento di 5 anni (!), che è stato respinto dalla Provincia e dal Comune.
Iren si trova a dover rifare la procedura di valutazione di impatto ambientale per questi aspetti e dovrà ripartire da capo per gli aspetti edilizio/urbanistici per le parti non realizzate.
La crisi è evidente e come Iren intende uscirne è ancora indefinito.
L'impianto non garantisce come promesso l'autosufficienza territoriale.
La raccolta dell'organico finisce a Carpi per il trattamento a la trasformazione in compost, idem per quanto riguardo la Forsu, la frazione putrescibile derivante dalla selezione dell'indifferenziato, con costi ovviamente pesanti per le casse pubbliche.
L'impianto di compostaggio di Malcantone giace, nonostante i progetti di revamping, senza un futuro.
Le ceneri e le polveri dai sistemi di abbattimento prendono destinazioni extraprovinciali, e costituiscono quella necessità di discarica sempre negata dai fautori del forno.
Nessun progetto di riciclo delle plastiche miste, che in Toscana diventano un business milionario alla Revet di Pontedera e da noi un costo per il Comune e quindi per i cittadini.
Il teleriscaldamento non ha clienti che consentano di spegnere caldaie, quindi il mancato risparmio di inquinanti risulta evidente.
Le centrali in centro dovranno continuare a bruciare per garantire l'acqua surriscaldata del circuito oggi attivo.
Iren è in evidente difficoltà anche per l'ormai vicinissima scadenza del contratto per la raccolta dei rifiuti (31 dicembre 2014) con una gara europea che dovrà seguire e che non è detto sia di facile conquista.
Potrebbe capitare che ci si ritrovasse un impianto che non ha rifiuti da bruciare, irrimediabilmente spento e inattivo.
I costi alla tonnellata per incenerire i rifiuti a Parma sono proibitivi e assolutamente fuori mercato (Brescia 90 euro, Parma 160), per cui converrebbe perfino a Iren (sic!) portare i rifiuti altrove e probabilmente risparmierebbe qualcosa.
Il mancato varo del nuovo piano regionale rifiuti ha gelato le speranze di Iren di poter fare affluire rifiuti da fuori provincia.
Le indicazioni europee indicano al 2020 il divieto di incenerire rifiuti riciclabili e/o compostabili.
La recentissima sentenza del Tar ha dato ragione alla Provincia che aveva diffidato Iren dall'utilizzo al Paip di rifiuti provenienti da fuori territorio come da prescrizione del 2008 tuttora vigente.

Fossimo nei panni dei dirigenti di Iren, ordineremmo qualche lotto di analgesici.

mercoledì 24 settembre 2014

Di chi è l'Italia

Dallo spazio l'Italia è un Paese meraviglioso.
Una terra baciata dagli dei, un alternarsi di montagne irte e dolci e valli sinuose e ampie, fiumi e mari, spiagge e cime nevose.
Lo Stivale è stato il cuore della civiltà occidentale, l'impero di Roma baricentro del mondo, le scorribande dei popoli a seguire, l'origine di questo scrigno di tesori che è il nostro Paese.
La Penisola è in sé stessa un forziere, una miniera di diamanti accecanti, la terra che tutti i popoli sognano di abitare e di vivere.


Poi c'è l'Italia degli italiani, di quelli che la governano, che la votano, che la usano.
Maiali che lordano il tesoro.
Così inciampa lo stivale, muore l'origine della modernità.
Si fa a gara in ruberie, spesse volte legalizzate dalle norme.
Il sacco d'Italia.
Potremmo vivere di arte, turismo e enogastronomia, lo affermano in tanti.
E siamo i primi in questi campi.
Invece investiamo in fantasmi del passato.
Idrocarburi, incenerimento, industrie pesanti, energie sporche e non rinnovabili.
Soffochiamo chi lavora e chi dà lavoro in pesanti tassazioni senza ricambiare in servizi.
Così compensiamo i mancati introiti dei grandi evasori non rincorsi.
Ma strozziamo lo sviluppo.
Il presepe del Grande Apparato non sente mai la crisi.
E' un castello immenso che inizia nel piccolo borgo e cresce fino a Roma.
Un intreccio di scrivanie strapagate e inutili, un condensato di burocrati che sopravvive per merito della propria indistricabile ragnatela.
Posti di lavoro, che però non creano alcuna ricchezza.
Quante migliaia di occupati potrebbero creare sviluppo invece che donarci debito?
L'Italia è un'immensa marionetta con milioni di fili, di cui nessuno conosce la trama, ma in cui ognuno ha trovato la propria piccola particina da comparsa.
Eppure c'è anche l'altra Italia, che stenta a riconoscersi tale.
Fatta di cittadini responsabili e coscienti, attivi, impegnati, italiani davvero.
E' un fronte immenso, innumerevole, potenzialmente devastante per il circuito dei papaveri.
E' un popolo ingenuo, che ancora sbaglia a fidarsi delle parole, che continua a credere che i programmi scritti e gli impegni presi siano reali e veritieri.
Questo popolo di eroi vive due vite.
Si ingegna per migliorare concretamente il proprio quartiere, borgo, città.
Spende sé stesso per gli sconosciuti meno fortunati, per soccorrere, sostenere, prendere per mano.
Desidera un'altra Italia, un'altra economia, un altro sviluppo.
A questo popolo di coraggiosi manca ancora la miccia di scoprirsi capaci di grandi cambiamenti.
Manca ancora la repulsione che impedisce di collaborare con il nemico.
Perché oggi questa massa enorme di cittadini vive la sindrome di Stoccolma e collabora ancora con il proprio aguzzino.
Quando arriverà finalmente il fuoco, l'Italia cambierà.
E tornerà a splendere.
Grazie ai cittadini italiani, quelli veri.
L'Italia è loro.

martedì 23 settembre 2014

Le contraddizioni dell'articolo 35

Sblocca Italia o Brucia Italia?

di Enzo Favoino



Articolo 35, una scelleratezza.
In questi giorni si è parlato molto dell'articolo 35 del cosiddetto "sblocca Italia", e abbiamo tutti paventato il rischio che lo stesso rappresenta per le strategie di sostenibilità in tema di gestione dei rifiuti.
Ne abbiamo ben donde: l'articolo è un tentativo, sfacciato quanto sconclusionato, di dare corpo a speranze ed intenzioni di chi, per cultura, interesse o semplice dabbenaggine, immagina un sistema di gestione dei rifiuti impostato sull'elemento imprescindibile del trattamento termico.


Come se fosse ineluttabile arrendersi ad un destino di "modernizzazione" ad esso legato: "l'Italia è indietro perché mancano gli inceneritori" è il pensiero, implicito o dichiarato, che sottende tale visione.
Una concezione tanto più risibile proprio in un momento in cui i Paesi della malintesa "modernità" inceneritorista affrontano criticità legate a tali scelte e necessarie inversioni di rotta, o si trovano costretti a relazionarsi problematicamente con le indicazioni di medio temine provenienti dal quadro di riferimento europeo, che prevedono sempre più raccolta differenziata, sempre meno rifiuto, sempre meno residui da smaltire.

Ricordiamo alcuni fatti, clamorosi nella loro icastica evidenza.
La Danimarca nella sua strategia sulle risorse discute e definisce una "exit strategy" dell'incenerimento, al grido di "dobbiamo incenerire meno, e riciclare di più"; chissà se dunque e finalmente da quelle avrà fortune migliori la raccolta differenziata degli scarti alimentari, su cui la Danimarca, giustamente famosa per le politiche di sostenibilità in altri settori (energia, trasporti) sconta un clamoroso ritardo, che la mette agli ultimi posti europei per diffusione delle raccolte dello scarto di cucina. D'altronde, c'erano da alimentare bocche di forno (e noi anziché esportare le eccellenze che abbiamo saputo realizzare su questo tema, come lo sviluppo e l’efficientamento delle raccolte dell’umido, anche in contesti densamente urbanizzati, con l’art.35 ci candidiamo ad importare progetti e brevetti da Paesi che li stanno dismettendo).

La Svezia, la Norvegia e l'Olanda, la cui sovraccapacità di incenerimento è ormai clamorosa, si trovano costrette ad importare rifiuti da altri paesi (massicciamente dal Regno Unito, secondariamente Italia) a prezzi sempre più stracciati - e questo, se può essere al limite visto come un vantaggio per chi conferisce, diventa un dramma in termini finanziari per chi deve garantire il ritorno degli investimenti pregressi e la copertura dei costi - per garantire un minimo di introiti a parziale copertura dei costi, ed evitare di rimanere al freddo di inverno, vista la scelta irragionevole di legare le reti di teleriscaldamento ad una risorsa che le strategie europee ci dicono di minimizzare
progressivamente!

Il pacchetto UE sulla economia circolare punta in modo potente nella direzione opposta, dicendo che dobbiamo riusare e riciclare il più possibile, e diminuire l'intensità d'uso delle risorse; e questo, prima ancora che per una istanza di tipo ambientale, per salvare il ruolo della economia europea in uno scenario internazionale caratterizzato sempre più dalla scarsità delle risorse primarie, dalla lotta per le stesse sui mercati mondiali e dalla determinazione delle economie emergenti di usare le loro per loro.

Insomma, riciclare per rimanere competitivi nella economia globale, e lo hanno capito le grandi società di consulenza finanziaria che da tempo hanno introdotto la attitudine al riciclaggio nei fattori di valutazione della competitività dei diversi territori. In questo scenario, l'articolo 35 vuole fare diventare l’Italia terra di conquista per tecnologie brevettate all’estero e grandi programmi di investimento, anziché protagonista di politiche di migliore uso delle risorse locali per aiutare una economia storicamente di trasformazione, e letteralmente soffocata dalla competizione sul mercato globale delle risorse.

E’ appena il caso di richiamare poi brevemente (non perché non importanti, ma perché le diamo
per assodate e condivise) le considerazioni sulle diseconomie, le ripercussioni negative sotto il profilo occupazionale, il peggioramento delle prestazioni energetiche e ambientali complessive del
sistema, in scenari impostati sull’incenerimento di quote maggiori o minori di rifiuto.

Fatta questa operazione, ossia l’elencazione dei temi per cui il contesto generale fa a pugni con le
intenzioni sottese all’articolo 35, qui volevamo però soprattutto dare alcune indicazioni sul perché tale operazione risulta debole e contraddittoria rispetto alle sue stesse deteriori finalità: sono le formulazioni decisamente deboli, sconclusionate dell'articolo 35 stesso le nostre migliori alleate, e le zeppe che possiamo inserire nel percorso della sua applicazione.

Ci sono anzitutto alcune "perle" che neanche meritano commento, e che evidenziamo solo per mettere all’indice, segnalandola agli interlocutori terzi, la sfacciataggine di fondo dell'articolo: clamoroso il passaggio in cui si scrive che gli inceneritori "concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata ed al riciclaggio” (sic!), ecco, neanche il più impavido e accanito fan dell'incenerimento è in grado di dimostrare un assunto così ardito, un caso esemplare di quello che Umberto Eco chiama il “cogito interruptus”, un assunto indimostrato ed indimostrabile, ed anzi contrario alla logica. Bene, vale la pena di sottolineare questo eccesso di zelo pro incenerimento, perché è nell’eccesso degli assiomi indimostrati ed indimostrabili che sta la debolezza e la mancanza di credibilità ad occhi terzi e distaccati di una posizione, qualunque essa sia.

Ma sono altri due gli aspetti particolarmente intriganti per le contraddizioni stesse di cui sono portatori.

Anzitutto, il passaggio in cui l’estensore specifica che tali impianti sono necessari "per rispettare le direttive europee" (per “superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”, recita l’articolato). L’estensore in realtà sa bene, e se non lo sa non dovrebbe elaborare norme, che non c'è nessuna Direttiva europea che obbliga ad inviare ad incenerimento almeno una certa quota di rifiuto. E’ bene ripeterlo: nessuna Direttiva Europea chiede questo.
C'è invece l'obbligo di pretrattamento, che deriva dalla Direttiva discariche, e il cui mancato rispetto tiene l'Italia sotto botta di diverse procedure di infrazione (inclusa quella clamorosa relativa alla discarica di Roma). Ecco, se l’estensore dell’art. 35, intendeva che gli inceneritori servono a rispettare tale obbligo, allora gli vanno fatte presenti alcune annotazioni di rilevanza strategica, e che dovrebbero essere ben conosciute a chi redige normativa tecnica di settore: ossia, che in Italia ci vogliono mediamente 7-8 anni per realizzare un inceneritore, tra valutazione preliminare dei siti, gare di progettazione, sviluppo della progettazione stessa, autorizzazioni, gare per la realizzazione,
costruzione, avviamento e collaudo.
Ci vuole molto meno invece per realizzare impianti di trattamento a freddo, che oltre al dono della celerità mantengono e regalano al sistema quello della flessibilità ed adattabilità a scenari crescenti di raccolta differenziata, il che a noi sta a cuore. Vero, i poteri straordinari e le procedure in deroga previsti dall’articolo 35 si propongono di abbreviare i tempi - ma la cosa varrebbe anche per gli impianti di trattamento a freddo, mantenendo la proporzione. Ora, tali impianti, ben più utili al rispetto delle direttive, non sono citati nell’articolo, che anche in questo mostra una sua faziosa propensione.
Ma posiamo citarli noi nei dibattiti locali, e proporli "per meglio rispettare le Direttive UE citate
dallo stesso articolo 35"

Sotto il profilo metodologico, ed in sintesi, l'articolo si propone di sostituire l’iniziativa ministeriale alla pianificazione locale. E qui la disproporzione si fa clamorosa, dato che un Piano Regionale o Provinciale richiede mesi se non anni di analisi approfondite, valutazioni economiche, strategiche, territoriali, di coerenza complessiva del sistema nelle sue diverse articolazioni (raccolte differenziate, riduzione, recuperi, conseguenti quote decrescenti di residuo, ecc.). E con attenzione (maggiore o minore, ma in linea di principio cosi dovrebbe essere) alla vocazione economica del territorio ed alle istanze degli attori sociali a livello locale. Niente di tutto questo in una decisione centralizzata che sarebbe un mero esercizio numerico da portare a termine in 90 giorni. E questo è il motivo che sta portando alcune Regioni a impugnare l’articolo di fronte agli organismi di garanzia costituzionale.
Per non parlare poi delle decisioni sugli impianti esistenti. Chi partecipa ad un Tavolo demandato a decidere su un revamping od una dismissione di un inceneritore, sa quanto approfondite ed articolate siano le analisi sullo stato di fatto, le criticità tecnologiche, le economie del sito e dell’intorno territoriale, le prospettive di crescita ed implementazione della RD e le conseguenti condizioni di rischio finanziario che in modo crescente affliggono gli investimenti nella direzione del mantenimento delle capacita di incenerimento. Invece si vuole, si pretende che una decisione prescinda da tutte queste valutazioni. E vi assicuriamo, sono spesso, sempre più spesso gli stessi titolari degli impianti ad avvertire le condizioni di rischio legate a decisioni calate dall’alto

Insomma, un articolo scellerato, e sfacciato nella sua scelleratezza.
Ma anche sconclusionato, e debole, debolissimo nelle argomentazioni a supporto.
E se, mentre portiamo avanti il confronto per abolire a livello nazionale tale scelleratezza, saremo bravi ad usare le sue stesse contraddizioni, non e detto che alla fine l’effetto sia del tutto, o anche prevalentemente, negativo.


Vale la pena di tentarci.   

domenica 21 settembre 2014

Inceneritore di Parma, il Tar blocca i rifiuti da fuori

Iren in difficoltà con un impianto affamato

L'ordinanza del 18 settembre del Tar di Parma, presidente Angela Radelli, primo referendario Laura Marzano, estensore Marco Poppi, ha dato ragione a Provincia e Comune, vietando ad Iren di bruciare rifiuti extra provinciali.
Il Tar ha respinto la sospensiva richiesta da Iren, che mirava all'annullamento del provvedimento della Provincia del 30 aprile 2014 (confermata da un atto dirigenziale del 30 giugno), dove si diffidava la multiutility dal bruciare nel forno di Ugozzolo rifiuti provenienti da fuori provincia.
Il motivo del contendere fa riferimento all'autorizzazione alla costruzione ed esercizio dell'inceneritore di Parma, che nell'ottobre del 2008 venne deliberato dalla Provincia (Aia 938/2008), a seguito del via libera giunto dalla conferenza dei servizi.


Il punto 7 prescriveva che l'impianto di Parma potesse trattare “esclusivamente” rifiuti della provincia, vietando esplicitamente l'incenerimento di materiali prodotti oltre confine.
L'atto non era stato impugnato da Iren ed è tuttora vigente.
Dopo molteplici stop, l'inceneritore è stato infine acceso a gennaio 2014.
Ma la crescita esponenziale della raccolta differenziata nel capoluogo, dove l'amministrazione grillina ha portato a termine un progetto di porta a porta spinto, ha ridotto di 15 mila tonnellate il rifiuto residuo ed è così emerso il sovra dimensionamento dell'impianto di Ugozzolo, grande almeno il doppio dei rifiuti disponibili.
La crisi di foraggiamento è del resto confermata dalle percentuali di utilizzo del forno, che ha lavorato praticamente alla metà della sua capacità (luglio 40%, agosto 50%).
A fronte di questa situazione a dir poco emergenziale, il gestore ha pensato di provvedere al pasto del forno con il gioco delle tre carte.
Il sito Rossoparma.com ha scritto di oltre mille “viaggi della speranza”, un corteo di bilici straboccanti di rifiuti che prendevano, da Reggio Emilia, la strada di Parma.
E se ai cancelli di Ugozzolo la strada era sbarrata per i rifiuti “non locali”, gli autocarri facevano sosta al Cornocchio, sede del vecchio inceneritore cittadino dismesso, dove i rifiuti in entrata da Reggio ne uscivano con una targa nuova di zecca, ovviamente locale.
Una specie di cambio motrice, mantenendo lo stesso container, in modo da trasformare rifiuti prodotti lontano in materiali parmensi.
Così la diffida della Provincia, a seguito della segnalazione di Arpa, emessa a fine aprile, dove si richiedeva ad Iren anche una dettagliata relazione dove fossero indicate le misure adottate per impedire il ripetersi di queste situazioni.
Al ricorso della multiutility contro il provvedimento si inserì anche il Comune di Parma, che ospita il detestato impianto, a sostegno delle tesi di Provincia e Arpa.
Iren ha accusato il colpo, invocando la misura cautelare per le gravi ripercussioni causate dal provvedimento.
Ma le prescrizioni dell'Aia sembrano reggere ai colpi.
Il camino di Parma è autorizzato solo a fumo locale e il Tar ha rigettato il ricorso, facendo anche pagare ad Iren le spese legali.
Il singhiozzo del camino non può che continuare.
E un'altra puntata del romanzo sull'inceneritore di Parma è stata scritta.


giovedì 4 settembre 2014

Cosa resta dei rifiuti

Il caso plasmix: ponti o caldaie?

Ricapitoliamo.
A Parma era emergenza rifiuti (rischio Napoli come affermava l'assessore Castellani), lo stesso personaggio che intervenendo agli incontri esordiva così: “Io non vedo delle persone sedute sulle poltrone, ma 2 kg di rifiuti, quelli che ognuno di voi produce ogni giorno”.
Bene, l'ottimista Castellani ha sostenuto l'inceneritore come soluzione definitiva per il grave problema dei rifiuti di Parma e provincia.


Lo ha sostenuto fino in fondo, affermando perfino che nel bruciare rifiuti non si produce diossina.
Ora il camino è acceso, ma dell'emergenza rifiuti neanche l'ombra, anzi.
L'inceneritore boccheggia, singhiozza, riesce a stento a rimanere acceso per il 50% del tempo.
Come mai?
Ovvio, mancano i rifiuti.
E i 2 kg di rifiuti pro capite di Castellani?
Semplice, sono finiti nei sacchi della differenziata.
Plastica, carta, cartone, organico, lattine, tetrapack, potature, sfalci.
Cosa può rimanere del sacco del residuo.
Un quantitativo ridicolo, insufficiente a tenere acceso anche un solo caminetto da casa.
Perché?
Perché tutti i materiali con potere calorifico se ne sono andati nei sacchi della differenziata, lasciando solo tracce di sé nell'indifferenziato, che così è diventato un materiale che non brucia.
La soluzione?
Fingere che alcune plastiche non possano avere altro destino che il forno, per garantirsi almeno un po' di carburante a costo zero per mantenere acceso il forno, altrimenti si sarebbe costretti a bruciare gas metano e la cassa piangerebbe lacrime amare.
Le plastiche eterogenee, quelle che Iren dice di mettere nell'indifferenziato, con destinazione finale forno inceneritore (con relativo costo in bolletta a carico dei cittadini), perché “non riciclabili” altrove vengono magicamente recuperate e con esse si è perfino costruito un ponte, http://goo.gl/yrMca0 , lungo 12 metri e largo 2, a Vicopisano, in provincia di Pisa, con profilati prodotti da Revet.
Tanti esempi, anche di colossi, che riciclano e che non bruciamo.
Come Sony, http://goo.gl/NvdrD2 , che riporta a nuova vita a cd, compact disc, film provenienti da schermi lcd ed altre apparecchiature elettroniche.
A Parma invece, come nella maggior parte d'Italia, le plastiche miste alimentano gli inceneritori facendo tirare grossi sospiri di sollievo ai gestori di questi impianti che vedono sempre ridursi il carburante gratuito gentilmente fornito dai cittadini inconsapevoli del loro gesto.
A Parma, per fortuna, l'Aia del 2008 aveva dettato regole ben precise.
La Delibera 938/2008 a pagina 25, alla lettera “i” recita: ...in armonia con quanto concordato in sede di Conferenza dei Servizi, che non potranno essere conferiti al PAIP rifiuti che abbiano avuto origine in province diverse da quella di Parma senza l’autorizzazione dell’Autorità Competente Provincia di Parma”.
Abbiamo letto notizie di viaggi della speranza da Reggio a Parma, autotreni di rifiuti non di Parma che non possono che essere giunti al Cornocchio e da qui, forse, girati ad Ugozzolo rimaneggiando le carte e modificando il produttore, da extra provinciale a provinciale.
Ma a nord della tangenziale nessun trattamento fisico-chimico viene applicato ai rifiuti in entrata, ma solo una selezione, quindi non sarebbe possibile cambiarne la denominazione di origine, come pare accada.

Oggi l'impegno dei cittadini può divenire un'arma micidiale contro il camino.