domenica 4 maggio 2014

Rudvallei, rifiuti dall'Italia e dal mondo

E siamo solo all'inizio

La porta è aperta, anzi, spalancata.
Benvenuti ai sacchi neri d'Italia.
Il 24 gennaio scorso una segnalazione per un automezzo targato Salerno, in coda ai cancelli del Paip.
Il 30 aprile la diffida della Provincia per stroncare il traffico di rifiuti speciali provenienti da fuori provincia per alimentare il forno.
La stessa Provincia che nel 2008 ha autorizzato un impianto grande il doppio del necessario ora stigmatizza l'atto che certifica quell'errore, recitando a soggetto.
Ora sostiene, ora fischia, un colpo al cerchio e uno alla botte.


La situazione che emerge è semplice: non ci sono rifiuti per soddisfare la fame dell'inceneritore.
Così ad appena un mese dall'avvio definitivo il laccio carburante-scarso strangola il camino, che boccheggia.
Abbiamo vissuto sei mesi di esercizio provvisorio durante i quali l'impianto ha funzionato al 35% delle sue potenzialità, un chiaro segnale dell'andamento lento della fornace.
A Ugozzolo si tira a campare e si raccolgono rifiuti dove non si può.
Iren è una Spa a maggioranza pubblica, i cui proventi alimentano gli scarsi bilanci delle amministrazioni locali che ne sono socie.
Bruciare, inquinare, guadagnare.
Ma bruciare è anche spendere, perché il conto al cancello di Ugozzolo è molto salato, al punto che converrebbe portare il rudo a Brescia, dove smaltirlo costa la metà.
Un enorme gatto che si morde una enorme coda.
A Parma si vive questa fase al limite del teatro dell'assurdo.
Costretti a portare rifiuti in un impianto costosissimo per poi ricavarne pochi spiccioli.
Con il timore di mettere a rischio i bilanci della società di cui si è soci, ma che dovrebbe lavorare sempre meno per la crescita della differenziata, il calo del rifiuto indifferenziato e dell'inquinamento che bruciare rifiuti comporta.
Da che parte guardare?
Il fil di lana è davvero stretto e fragile e si rischia il disastro.
A Torino si assiste agli stessi scenari.
Un enorme impianto di incenerimento a poche centinaia di metri da un ospedale e dalla case dei torinesi.
Nessun impianto di teleriscaldamento collegato, quindi altro calore che si disperde nell'infuocata Padania, nessun beneficio economico dal recupero del calore.
Un avvio disastroso con decine di incidenti e blocchi, con i cittadini infuriati e sulle barricate.
Lo stesso gestore a Torino come a Parma, che nella ex capitale ha ereditato un impianto costruito da altri, quindi sconosciuto a chi ora deve guidarlo e mantenerlo sulla carreggiata.
Anche questa è un'altra triste storia della politica che mette lo zampino negli affari.
Una multiutility fitta di poltrone, posti di comando indicati dai partiti, bilanci da assaltare alla baionetta, un'arma bianca che lascia sull'asfalto solo rifiuti, appunto. E anche pochi, peraltro.
Oggi siamo qui a rimembrare.
I tempi della municipalizzata che serviva la propria città e non aveva altri scopi.
Certamente un altro centro di potere, di distribuzione cencellesca, ma qui e ora.
La stanza dei bottoni a portata di mano, il potere a un tiro di schioppo, conosciuto, individuato, modificabile.
Ora si ripensano quegli anni e quel portafoglio svuotato per le grandi opere, le hola per il grande gruppo, la grande holding, il grande fiuto per il business.

Ora siamo qui a vedere passare rifiuti sconosciuti, toccandosi che non accada come in tanti altri luoghi di questa Italia soffocata dai banditi.