martedì 22 aprile 2014

Varo, l'artista della pazienza

L'arte è ricerca del bello.
L'artista è un produttore di idee, un artigiano della mente.
Ci mostra in concreto quello che noi abbiamo solo pensato, sentito, appreso.
Così Varo realizza i nostri sogni, e lo fa in modo sublime.
Legni levigati, marmi sinuosi, lucidi bronzi che emergono alla vita e all'energia del riflesso.
Varo è senz'altro un artigiano dell'arte, che è sé stesso solo in laboratorio, quell'officina dove le sue mani plasmano fino alla forma definitiva la materia che ci circonda.
Non senza pazienza: quella dell'attendere che l'oggetto assomigli al pensiero, si liberi del sovrappiù che celava la realtà, mostri i limiti che l'artista non deve mai superare pena la rovina del pezzo.
Sono creazioni che erano già presenti, anche se nascoste.
Erano nel tempo e nello spazio e grazie a mani pazienti, accorte, sicure, emergono per mostrarsi, vividi punti di luce, brillanti nell'oscurità.


Valerio Ronchini si esprime attraverso le sue creazioni.
Valerio è fabbro, falegname, scalpellino, levigatore.
E' manualità pura che rifugge l'automatismo, il ricorrere ad elementi artificiosi, automatici.
La sua intensa immersione nella lettura, la passione per la musica classica, la vicinanza sensoriale alla natura del bosco, dell'aria, della natura parte viva dell'essere uomo, che si piega, si adatta, segue il corso del tempo e dello spazio attraverso l'interpretazione delle forme.
Sappiamo che il tempo scorre inesorabile e che l'artista pone le sue opere per fermare in qualche modo il rincorrersi delle lancette.
Non sappiamo quale sia l'elemento preferito dall'artista, ma possiamo senz'altro affermare che sia nel gesto dello sgretolare, pulire, raffinare e adeguare la materia che si sintetizzi il suo agire.
Il luogo della creazione è la creazione stessa, perché la foga dell'agire è in sé creazione.
La natura nasconde spesso la verità e consegna agli uomini, a pochi peraltro, gli strumenti per farla emergere e palesare, una strada lunga e faticosa, da percorrere fino in fondo, pena il mancato traguardo.
Varo non si è tirato indietro nella ricerca e continua a percorrere quella strada di pulizia.
Sono perle di cesellatura le opere che possiamo qui porre davanti ai nostri occhi, spesso distratti da immagini sporche e ripetitive, prive di vita.
Qui la vita emerge oggetto per oggetto, ci racconta gli episodi della scoperta, scandisce il tempo dell'attesa, il tempo del raccolto, il tempo della pazienza.
Sono forme di rara intensità quelle che l'artista ci regala, forse anche con un pizzico di insofferenza per questo mostrare a tutti la propria anima.
Il lavoro di Varo è sacro o profano?
Siamo in presenza di una ispirazione laica o di fede?
Certamente vi è la fede nella materia, nella natura, nel cosmo, nella molteplicità delle espressioni vitali, nel sapere che ogni oggetto ha una sua collocazione, un suo modo univoco per essere accettato e contribuire al bello.
Certamente ritroviamo la pazienza del ragno, che tesse la sua tela fino a raggiungere la perfezione, e ricomincia da zero se un solo filo non risponde al progetto originale.
E' una pazienza, la sua, oggi dimenticata dal contemporaneo rincorrere, vivere minuto per minuto contemporaneamente in diverse vite parallele, l'idolatria del multitasking che stravolge la nostra giornata, ci costringe sugli schermi a capo chino, immemori del mondo reale che ci circonda.
In questo Varo manca la contemporaneità, per cesellarsi un posto sicuro e ameno, essere qui ed ora.
Mantenersi disconnesso dal mondo per garantirsi la connessione con il mondo, quello vero, non l'artificiale presenza delle macchine, dei monitor, dei collegamenti fittizi.
E' una via di salvezza, che si paga con una originale esclusione, che si ripaga con la chiarezza della visione, quell'osservare al di sotto delle apparenze o al di sopra dell'apparente, per cogliere l'essenza.
Cosa ci trasmette l'opera di Varo?
Una esperienza molto personale che fatica a uniformarsi ad un giudizio monodirezionale.
La trasmissione sensoriale che proviene dalle sculture, da questi pezzi unici plasmati dalle mani dell'artista, riflettono una indagine introspettiva che infine si placa nell'espressione concreta dell'oggetto.
Possiamo toccare e percepire il battere del martello, che scandisce il tempo in altro modo, non nello stesso ticchettare noto ai nostri giorni. Qui la distorsione è evidente perché non viene concepito nulla che non sia prima “visto”, naturalizzato qui ed ora, soppesato e assaggiato dall'artista prima di mettere mano ai forcipi che faranno nascere con prepotenza la forma.
Ci vogliono a volte mesi per passare dalla creazione alla realizzazione.
Il contemporaneo Varo rifugge le impronte della moda.
Cassa l'impiego di materiali spurii, ma si addentra nella sperimentazione, sempre fedele ad alcuni punti fermi, il lavoro manuale, il confronto con materie naturali.
Oggi Varo si confronta con il ferro, avvicina il colore, ricorda con un pizzico di malinconia il mancato sbarco nel cuore della Versilia, dove il mondo intero giunge in adorazione del bianco marmo.
Ma continua il suo dialogo con la natura.
Se da bambino costruiva giochi, oggi realizza che il gesto scultoreo è un atto di libertà.
La scultura è l'arte più libera perché non è legata, come ad esempio la scrittura, alle parole.
La scultura è creazione allo stato puro, confronto diretto con il mondo, occasione di sfida ma anche di liberazione dall'ansia del tempo, dai vincoli dello spazio.
E' vita, l'arte.