martedì 15 aprile 2014

Riduzione, il ruolo delle aziende

Non riciclabile? E' solo un errore di progettazione

L'azione delle famiglie sul fronte della riduzione può raggiungere risultati eclatanti.
Ma oltre una certa misura non si va.
Il motivo?
La non riciclabilità di alcune merci.
Di fronte a questo muro l'azione del singolo è inefficace.
In questo caso la responsabilità, grave, è alla fonte.
E' il ciclo produttivo che ancora commette errori di filiera e continua imperterrito a produrre oggetti non riciclabili o di difficile recupero.


In questo settore si possono fare passi da gigante.
E serve anche l'azione legislativa, per condurre le aziende alla virtù che ancora manca.
Nei nostri scarti infatti rimangono oggetti, merci, prodotti, che lo stesso gestore ci indica come “non riciclabili” destinandole mestamente alla discarica o all'inceneritore.
Sono i cosiddetti errori di progettazione.
Se un oggetto non è riciclabile al 100%, non andrebbe prodotto.
Tutto qui.
Infatti non esistono molecole non riciclabili, ma solo prodotti costruiti con materiali sbagliati o assemblati in modo tale da rendere, se non impossibile, economicamente non conveniente il loro riciclo.
Viene in mente in particolare il poliaccoppiato, l'assemblare cioè in strati sovrapposti materiali differenti tra di loro, che alla fine del ciclo vita risulta praticamente disassemblarli.
Oppure gli imballaggi con etichette fatte di un polimero diverso da quello del contenitore, che portano i selezionatori a scartarli come plastica mista (o plasmix).
Un altro esempio tipico è quello dei brick.
Il latte è confezionato sia in brick che in plastica: meglio certamente la seconda scelta che consente con una semplice mossa di poter riciclare per creare altre bottiglie dal contenitore, mentre il riciclaggio del poliaccoppiato (alluminio, plastica, carta) risulta di complessa e dispendiosa esecuzione.
Perché allora insistere su un materiale così complicato quando c'è una alternativa?
In questo caso il legislatore ha il compito di “favorire” la scelta delle aziende, ad esempio tassando i materiali di difficile riciclo, oppure addirittura fissare un limite temporale oltre il quale non sia più messi in commercio, come è stato per i sacchetti di plastica dei supermercati.
Insomma basta alibi, il traguardo rifiuti zero è vicino.

Ci vuole però la volontà di arrivarci, abbandonando la melina.