mercoledì 30 aprile 2014

Parma, far west inceneritore

Benvenuti nella rudvallei

La Provincia di Parma, a seguito di segnalazione pervenuta da Arpa, ha diffidato Iren.
Nell'inceneritore di strada della Lupa rifiuti speciali da fuori provincia, nonostante l'autorizzazione integrata ambientale lo impedisca.
La prescrizione numero 7 dell'Aia recita: “Si ribadisce che al PAIP potranno essere conferiti rifiuti prodotti esclusivamente nel territorio provinciale di Parma, salvo espressa autorizzazione dell’Autorità Competente”.
L'Autorità Competente sarebbe la Provincia, autrice della diffida e quindi immaginiamo non sia arrivata espressa autorizzazione al gestore di portare rifiuti a Parma da fuori provincia.
Qualche settimana fa era stato segnalato un automezzo in coda al Paip con una targa lontana dai lidi emiliano romagnoli.
Rifiuti da fuori provincia, nonostante il divieto

La mossa di Iren mette in evidenza un dato di fatto impossibile da smentire.
L'inceneritore di Parma è troppo grande, troppo capiente, troppo affamato di rifiuti per accontentarsi di quelli prodotti in loco.
L'episodio segnalato (quanti in precedenza?) porta con sé la conferma di quanto sostenuto da tanti, fra cui l'associazione Gcr, sul fatto che questo impianto sia grosso il doppio del necessario e che la decisa avanzata della raccolta differenziata nel capoluogo, che produce il 50% degli scarti provinciali, avrebbe segnato il de profundis per la bulimia del forno.
Giustamente il comune di Parma chiede ora di fare chiarezza e soprattutto di sanzionare i responsabili di quanto accaduto a Ugozzolo, per fare in modo che l'episodio non si ripeta.
La trasparenza del Paip, bandiera sventolata dai suoi sostenitori, appare decisamente ammainata ai nastri di partenza dell'impianto che, in esercizio definitivo da nemmeno un mese, inciampa subito in uno dei paletti totem dei sostenitori della soluzione forno: rifiuti solo made in Parma.
Rimane il problema di tenere acceso il braciere.
Se arrivano rifiuti da fuori significa che quelli da dentro scarseggiano, vuol dire che Iren non è in grado di recuperare scarti speciali (cioè provenienti dai comparti commerciali, industriali, artigianali) in misura sufficiente a riempire la bocca del forno.
Così se li è andati a cercare altrove.
Così il futuro è al bivio: o cambiare l'autorizzazione o spegnere una linea.
Non c'è una terza via che consenta di salvare capra e cavoli.
Siamo però molto curiosi, a questo punto, di osservare le mosse del gestore e soprattutto dell'autorità competente Provincia di Parma, sempre pronta a supportare le genesi del progetto fino al punto di presentarsi in tribunale a fianco di Iren.
Bernazzoli, e il suo assessore Castellani, se la sentiranno di mettere mano all'autorizzazione vista la forte presa di coscienza dell'opinione pubblica?
Intanto si segnala un forte rialzo della temperatura ad Ugozzolo, anche fuori dai forni...

lunedì 28 aprile 2014

Acqua nostra

La riduzione dei rifiuti passa dalla scuola

Da settembre le scuole di Parma andranno ad acqua di rubinetto.
La rivoluzione verde è stata presentata in municipio con l'adesione di tutti gli enti di controllo.
L'acqua del sindaco per i cittadini del futuro.
Non solo un'enorme inversione di tendenza sul fronte dell'usa e getta, ma anche un formidabile momento educativo, che preclude ad un domani con meno plastica e più intelligenza.
L'acqua del rubinetto, controllata 24 ore al giorno, è praticamente gratuita.
Con questo provvedimento si dà lo stop ai bilici di bottigliette, in viaggio da nord a sud, e da sud a nord, per seguire il vezzo dei consumatori, “preferisco la San Bollicina”, “io invece voglio la San Naturale”, e via di gomma in gomma sui nastri delle autostrade dello Stivale.


Una sfida importante, che deve passare anche attraverso la garanzia della fornitura di un'acqua sana e nutriente, per battere il rischio nitrati, che l'agricoltura intensiva e gli allevamenti massivi hanno regalato alle nostre terre e, di conseguenza, alle nostre falde.
Un lavoro impegnativo attende le maestranze, finalizzato a migliorare sempre di più la bontà della nostra acqua, per mantenere elevato il grado di sicurezza e salvaguardia per cittadini.
La sfida passa anche attraverso lo sviluppo del sistema fontane pubbliche, che dovrebbe essere maggiormente sostenuto dal gestore e non gravare totalmente sui bilanci asfittici del Comune.
L'Italia, come si sa, è al primo posto in Europa per consumo di acqua minerale.
Nel 2011 un record di 200 litri a testa all'anno di acqua in bottiglia, terzi al mondo dopo Arabia Saudita e Messico.
Un mercato da 2 miliardi di euro e 12 miliardi di litri imbottigliati all'anno, oltre che 350 mila tonnellate di plastica inutile per forgiare le bottiglie, 1 milione di tonnellate di CO2 e infine 700 mila tonnellate di petrolio estratto per il Pet.
Il business è enorme e gli interessi in gioco di formidabili dimensioni.
Eppure stiamo parlando di acqua, semplice acqua che sgorga naturalmente, sulla quale al limite si aggiunge un po' di anidride carbonica, ma che di per sé ha nulla di aggiunto, nessun know-how tecnologico, nessun brevetto.
Solo acqua.
Benvenuta acqua di Parma.







venerdì 25 aprile 2014

Imballaggi 100% riciclabili, un traguardo a portata di mano

Il caso di Colgate-Palmolive negli Stati Uniti e di Barilla e Gruppo Pedon in Italia

Per le aziende la totale riciclabilità degli imballaggi non è sempre una priorità.
Capita di vedere prodotti che da una confezione monomateriale facilmente riciclabile (vetro, plastica o carta) passano ad una in poliaccoppiato e/o con parti non separabili, oppure rivestita da etichette coprenti, oppure contenente additivi che ne compromettono il riciclaggio.
Per questo motivo e per diffondere tra i cittadini l'informazione necessaria per scelte di consumo consapevoli, è stata lanciata nel 2012 la campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse.
Ci però però anche segnali positivi.


Dalla sede americana della multinazionale Colgate- Palmolive arriva l'impegno a rendere completamente riciclabile entro il 2020 il packaging per tre su quattro delle sue categorie di prodotto.
Il progetto interessa i prodotti per la cura della casa, della persona e degli alimenti per animali, mentre per la quarta categoria, l'igiene orale, il primo passo è lo sviluppo di un tubetto di dentifricio riciclabile, al posto di quello attuale in materiale composito non riciclabile, caratteristica comune alla maggior parte dei tubetti per dentifricio in commercio.
Altri obiettivi del piano di Colgate Palmolive, da perseguire entro il 2020, sono la riduzione o eliminazione del PVC e l'incremento del contenuto medio di materiale riciclato, che verrà portato dal 40% al 50, sia per il packaging in carta, sia che per quello realizzato nei vari tipi di plastica, PET, HPE, PET, HDPE e PP.

La decisione la si deve per lo più all'opera di As-You-Sow, una organizzazione non governativa ambientalista americana che dal 2012 invita le aziende all'adozione di politiche incentrate sulla Responsabilità Estesa del Produttore, anche per gli imballaggi post consumo.
As-you-Sow ha quantificato in 11,4 miliardi di dollari il valore economico degli imballaggi che invece di essere riciclati sono stati smaltiti negli USA nel 2010, tra discariche e inceneritori.
Tra le aziende multinazionali con cui l'ONG ha instaurato un dialogo costruttivo figurano anche P&G e Unilever.
Poco feeling invece tra As-you-Sow e il gruppo Kraft Food, “colpevole” di aver immesso in commercio miliardi di confezioni "stand-up pouch" di succo a marca Capri Sun.
Le stand-up pouch sono delle buste non riciclabili in materiale laminato, in genere plastica e alluminio, sempre più utilizzate nel settore di alimenti e bevande per la loro facilità d'uso e il minimo ingombro per trasporto e stoccaggio.
Oggi hanno preso il posto di lattine e bottiglie soprattutto per le mono porzioni.
Per capire l'impatto di queste confezioni basti pensare che ne vengono vendute negli USA 1,6 miliardi di pezzi all'anno (solamente per la linea Capri Sun), mentre la loro produzione globale ammonta a circa 5 miliardi di pezzi.
A questo tipo di assurdo imballaggio è stato dedicato buona parte del video "Designed to be waste”, progettati per diventare rifiuto.

In Italia Barilla ha sostituito nel 2013 l'incarto delle confezioni di biscotti Mulino Bianco e Pavesi con un poliaccoppiato che può essere riciclato con la carta, raggiungendo così -con un anno di anticipo rispetto alla scadenza indicata nell'ultimo bilancio di sostenibilità- l'obiettivo del 98% di riciclabilità per il totale degli imballaggi utilizzati.
Sempre nel nostro Paese un esempio per le piccole medie imprese è rappresentato dal Gruppo Pedron.
Con l'installazione di 58 silos ecosostenibili, le materie prime possono essere ricevute “Pedoncampagnaeticasfuse”, stoccate cioè direttamente nei silos senza che ci sia più bisogno del confezionamento in sacchi di plastica, da 25 o 50 kg, come avveniva precedentemente.
I benefici sono quantificabili in un risparmio annuale di circa 37 tonnellate di plastica e nella mancata emissione di 80 tonnellate di anidride carbonica nell’ambiente.
“I consumatori negli ultimi anni sono sempre più attenti ai contenuti green e reputano l'impatto ambientale del prodotto come uno dei fattori di scelta nel processo di acquisto. Per questo motivo è fondamentale che il pack sia caratterizzato da imballi sempre più eco-compatibili”, questo è quanto ha affermato Luca Zocca -marketing manager del Gruppo Pedon- durante il convegno svoltosi a Vimercate sulle novità legate alla stampa dell'imballaggio alimentare.
“Per quanto riguarda il packaging siamo attenti ai costi, ma dobbiamo necessariamente coniugare esigenze di qualità e sicurezza con la facilità d'uso e quando studiamo un prodotto innovativo non lesiniamo sul pack, perché ne perderebbe di appeal e ne sminuirebbe il contenuto” –prosegue Zocca–. “In tema di eco-sostenibilità, utilizziamo per alcune linee di prodotto carta certificata FSC e imballi totalmente riciclabili. Ricordiamo che l'impatto ambientale, associato ad altri aspetti etici, sono importanti driver di scelta e di acquisto del prodotto a scaffale”.
L'utilizzo della plastica nella produzione di imballaggi è purtroppo destinato a salire, come si legge in un recente articolo di Polimerica.it, che presenta uno studio sul mercato europeo della società di consulenza Ceresana.
In assenza di contromisure aumenterà l'utilizzo di contenitori difficilmente riciclabili, che in genere finiscono nel gruppo delle plastiche miste (imballaggi flessibili, sacchetti, vaschette, polistirolo, etc.), con destinazione finale l'inceneritore.
Infatti gli operatori del settore della selezione e riciclo degli imballaggi di plastica rilevano un'inversione di tendenza nella tipologia delle plastiche raccolte. Se in passato le plastiche rigide, costituite da bottiglie e contenitori in PET e HDPE, rappresentavano la maggioranza degli imballaggi raccolti, con percentuali intorno al 60%, è ora il gruppo delle plastiche miste ad essere presente in misura maggiore.
Questa realtà trova anche riscontro nei dati preliminari su raccolta, recupero e riciclo di imballaggi in plastica nel 2013 resi noti da Corepla, che vedono un aumento modesto della percentuale di riciclo sull’immesso al consumo al 37,2% (+1,1%) e una forte crescita del volume degli imballaggi in plastica avviati a recupero energetico (+9,8%), arrivati a 773 mila tonnellate.
La percentuale di recupero energetico (incenerimento) sull’immesso al consumo di imballaggi di plastica è infatti salita dal 34,3% al 37,8 (+3,5%) superando, seppur di poco, la percentuale degli imballaggi riciclati.

Per poter raggiungere l'obiettivo europeo di riciclo di materia pari al 50% della plastica immessa al consumo entro il 2020, andrebbero intraprese sia sul fronte aziendale che legislativo alcune azioni improcrastinabili che facciano tesoro delle indicazioni che arrivano dai riciclatori europei e dalle migliori esperienze italiane in materia di riciclo delle plastiche miste, come ad esempio Revet Recycling.

Silvia Ricci

Comuni Virtuosi

Italia Fruit


mercoledì 23 aprile 2014

Oggi Brescia, domani Parma

Ai bambini della città lombarda è persino vietato giocare

L'industria Caffaro, attiva dal 1906, ha inquinato Brescia per 50 anni.
Dal 1932 al 1983, nello stabilimento cittadini si è prodotto il policlorobifenile (Pcb), un potente agente tossico, contaminando 7 km quadrati di territorio, dove vivono 30 mila persone.
Nessuna bonifica è stata fin qui portata a termine.


Oggi emergono i risultati di questo sciagurato modo di produrre.
I terreni a Sud dell'industria sono stati avvelenati da Pcb, diossine, furani, mercurio, arsenico, tetracloruro di carbonio, policlorodibenzodiossine, dibenzofurani, solventi, sino a 40 metri di profondità del suolo.
A Brescia il tumore alla tiroide ha una incidenza del 49% superiore alla media nazionale, il linfoma non-Hodgkin del 20%, il tumore al fegato del 58%, il tumore al seno del 28%.
Tutte questa malattie hanno correlazione con l'esposizione a Pcb.
I dati parlano da soli, crudamente.
Per peggiorare ulteriormente la situazione il Pcb altera anche in maniera sensibile il sistema immunitario e il sistema endocrino, in particolar modo nei bambini, con conseguenze sulla salute che possiamo facilmente intuire.
Le ordinanze del sindaco si sono in questi anni susseguite ed echeggiano come una campana funebre.
Divieto di utilizzo del terreno, intendendo con questo l’aratura, il dissodamento ed ogni altra
operazione che comporti il contatto con il terreno stesso o l’inalazione di polveri da esso provenienti.
Divieto di asportazione e scavo di terreno dalla zona;
Divieto di utilizzo a scopo ricreativo che comporti il contatto diretto del terreno, delle aree della medesima zona non pavimentate oppure non oggetto di riporti con materiali provenienti da aree non contaminate;
Divieto di utilizzo dell’acqua fluente nelle rogge che scorrono nella zona;
Divieto di curagione dell’alveo dei fossati;
Divieto di pesca nelle rogge;
Divieto di allevamento in spazi aperti di animali da cortile destinati all’alimentazione umana direttamente (polli, conigli ed altri animali non allevati in stia o comunque nutriti con alimento zootecnici prodotti nella zona medesima) o indirettamente (uova);
Divieto di pascolo di animali;
Divieto di coltivazione di ortaggi destinati direttamente alla alimentazione umana.
A Brescia è quasi vietato vivere.
A Parma nel 2008 la Provincia ha autorizzato un impianto di incenerimento grande il doppio del necessario, un'industria classificata insalubre di classe 1, che opererà per almeno 20 anni, bruciando 130 mila tonnellate di rifiuti ogni 365 giorni.
Naturalmente a norma di legge.
Una specie di sistema goccia a goccia, al vetriolo.

martedì 22 aprile 2014

Varo, l'artista della pazienza

L'arte è ricerca del bello.
L'artista è un produttore di idee, un artigiano della mente.
Ci mostra in concreto quello che noi abbiamo solo pensato, sentito, appreso.
Così Varo realizza i nostri sogni, e lo fa in modo sublime.
Legni levigati, marmi sinuosi, lucidi bronzi che emergono alla vita e all'energia del riflesso.
Varo è senz'altro un artigiano dell'arte, che è sé stesso solo in laboratorio, quell'officina dove le sue mani plasmano fino alla forma definitiva la materia che ci circonda.
Non senza pazienza: quella dell'attendere che l'oggetto assomigli al pensiero, si liberi del sovrappiù che celava la realtà, mostri i limiti che l'artista non deve mai superare pena la rovina del pezzo.
Sono creazioni che erano già presenti, anche se nascoste.
Erano nel tempo e nello spazio e grazie a mani pazienti, accorte, sicure, emergono per mostrarsi, vividi punti di luce, brillanti nell'oscurità.


Valerio Ronchini si esprime attraverso le sue creazioni.
Valerio è fabbro, falegname, scalpellino, levigatore.
E' manualità pura che rifugge l'automatismo, il ricorrere ad elementi artificiosi, automatici.
La sua intensa immersione nella lettura, la passione per la musica classica, la vicinanza sensoriale alla natura del bosco, dell'aria, della natura parte viva dell'essere uomo, che si piega, si adatta, segue il corso del tempo e dello spazio attraverso l'interpretazione delle forme.
Sappiamo che il tempo scorre inesorabile e che l'artista pone le sue opere per fermare in qualche modo il rincorrersi delle lancette.
Non sappiamo quale sia l'elemento preferito dall'artista, ma possiamo senz'altro affermare che sia nel gesto dello sgretolare, pulire, raffinare e adeguare la materia che si sintetizzi il suo agire.
Il luogo della creazione è la creazione stessa, perché la foga dell'agire è in sé creazione.
La natura nasconde spesso la verità e consegna agli uomini, a pochi peraltro, gli strumenti per farla emergere e palesare, una strada lunga e faticosa, da percorrere fino in fondo, pena il mancato traguardo.
Varo non si è tirato indietro nella ricerca e continua a percorrere quella strada di pulizia.
Sono perle di cesellatura le opere che possiamo qui porre davanti ai nostri occhi, spesso distratti da immagini sporche e ripetitive, prive di vita.
Qui la vita emerge oggetto per oggetto, ci racconta gli episodi della scoperta, scandisce il tempo dell'attesa, il tempo del raccolto, il tempo della pazienza.
Sono forme di rara intensità quelle che l'artista ci regala, forse anche con un pizzico di insofferenza per questo mostrare a tutti la propria anima.
Il lavoro di Varo è sacro o profano?
Siamo in presenza di una ispirazione laica o di fede?
Certamente vi è la fede nella materia, nella natura, nel cosmo, nella molteplicità delle espressioni vitali, nel sapere che ogni oggetto ha una sua collocazione, un suo modo univoco per essere accettato e contribuire al bello.
Certamente ritroviamo la pazienza del ragno, che tesse la sua tela fino a raggiungere la perfezione, e ricomincia da zero se un solo filo non risponde al progetto originale.
E' una pazienza, la sua, oggi dimenticata dal contemporaneo rincorrere, vivere minuto per minuto contemporaneamente in diverse vite parallele, l'idolatria del multitasking che stravolge la nostra giornata, ci costringe sugli schermi a capo chino, immemori del mondo reale che ci circonda.
In questo Varo manca la contemporaneità, per cesellarsi un posto sicuro e ameno, essere qui ed ora.
Mantenersi disconnesso dal mondo per garantirsi la connessione con il mondo, quello vero, non l'artificiale presenza delle macchine, dei monitor, dei collegamenti fittizi.
E' una via di salvezza, che si paga con una originale esclusione, che si ripaga con la chiarezza della visione, quell'osservare al di sotto delle apparenze o al di sopra dell'apparente, per cogliere l'essenza.
Cosa ci trasmette l'opera di Varo?
Una esperienza molto personale che fatica a uniformarsi ad un giudizio monodirezionale.
La trasmissione sensoriale che proviene dalle sculture, da questi pezzi unici plasmati dalle mani dell'artista, riflettono una indagine introspettiva che infine si placa nell'espressione concreta dell'oggetto.
Possiamo toccare e percepire il battere del martello, che scandisce il tempo in altro modo, non nello stesso ticchettare noto ai nostri giorni. Qui la distorsione è evidente perché non viene concepito nulla che non sia prima “visto”, naturalizzato qui ed ora, soppesato e assaggiato dall'artista prima di mettere mano ai forcipi che faranno nascere con prepotenza la forma.
Ci vogliono a volte mesi per passare dalla creazione alla realizzazione.
Il contemporaneo Varo rifugge le impronte della moda.
Cassa l'impiego di materiali spurii, ma si addentra nella sperimentazione, sempre fedele ad alcuni punti fermi, il lavoro manuale, il confronto con materie naturali.
Oggi Varo si confronta con il ferro, avvicina il colore, ricorda con un pizzico di malinconia il mancato sbarco nel cuore della Versilia, dove il mondo intero giunge in adorazione del bianco marmo.
Ma continua il suo dialogo con la natura.
Se da bambino costruiva giochi, oggi realizza che il gesto scultoreo è un atto di libertà.
La scultura è l'arte più libera perché non è legata, come ad esempio la scrittura, alle parole.
La scultura è creazione allo stato puro, confronto diretto con il mondo, occasione di sfida ma anche di liberazione dall'ansia del tempo, dai vincoli dello spazio.
E' vita, l'arte.

lunedì 21 aprile 2014

Le truppe del camino

Il silenzio colpevole della politica

In questi giorni di aprile, 8 anni fa, nasceva il coordinamento gestione corretta rifiuti di Parma.
Lo avevano fondato gli Amici di Beppe Grillo di Parma, i Medici per l'Ambiente-ISDE Italia, Greenpeace sezione di Parma, il Gruppo famiglie Zona Nord, il Movimento Girotondi di Parma, "Prendiamo la parola", il Comitato "No all'inceneritore" di Colorno, il Comitato "No all'inceneritore" di Torrile, il GAS Terra Terra, il Comitato Padano, il Comitato "Quartiere Colombo".
All'indomani dell'approvazione del PPGR, il piano provinciale rifiuti che prevedeva un impianto a caldo di incenerimento da 65 mila tonnellate, i cittadini ambientalisti si erano mossi per fermare il progetto.
E' nel 2006 che si svolse la prima raccolta firme contro l'impianto, oltre diecimila firme portate in Comune e in Provincia e subito nascoste in un buio e polveroso cassetto.
E' nel 2006 che Colorno passò alla raccolta differenziata domiciliare, dimostrando con i numeri quello che si poteva ottenere (spaventando gli amministratori del capoluogo e della Provincia, che vedevano a rischio il progetto inceneritore).


E' nel 2006 che la federazione italiana dei medici di medicina generale scriveva: “L'incenerimento dei rifiuti, fra tutte le tecniche di smaltimento, è quella più dannosa per l'ambiente e per la salute umana. Gli inceneritori producono ceneri (sono un terzo del peso dei rifiuti in ingresso e si devono smaltire in discariche speciali) e immettono nell'atmosfera milioni di metri cubi al giorno di fumi inquinanti, contenenti polveri grossolane (PM10) e fini (PM2,5) costituite da nanoparticelle di metalli pesanti, idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, diossine, estremamente pericolose perché persistenti e accumulabili negli organismi viventi”.
E' nel 2006 che l'ordine dei medici di Modena scriveva: “si invitano ad una doverosa pausa di
riflessione i responsabili delle scelte programmatiche che attengono alla salute nella nostra città, e di promuovere un momento di approfondimento di tutte le problematiche legate al termovalorizzatore”.
E' nel 2006 che l'allora assessore Vignali affermava: “Nel giro di un anno la raccolta porta a porta sarà a regime, raggiungeremo l'obiettivo del 55/60 per cento: si arriverà cosi ad una tariffazione che premierà gli abitanti più virtuosi. Chi produce meno rifiuti, paga meno”, per poi destinare ad altri capitoli l'investimento previsto per la Rd.
8 anni fa tutto era pronto per fermare il progetto con i numeri.
Sarebbe stato sufficiente introdurre in città la raccolta differenziata porta a porta, il cui progetto era già stato pagato e realizzato del consorzio Priula.
Senza tanta teoria i “numeri” avrebbero demolito il camino, visto che sarebbe venuto a mancare il carburante necessario ad accendere le caldaie di Ugozzolo.
Sarebbe calato il costo di smaltimento per comune e cittadini, sarebbe stato ridotto al lumicino il ricorso a discariche ed inceneritori fuori provincia.
Perché non lo hanno fatto?
Che cosa ha bloccato sul nascere la rivoluzione verde che oggi, in un anno, è stata portata a compimento senza particolari difficoltà?
Ora, ci dicono, è tardi.
Allora, era presto?
Chi avrà il coraggio di dire la verità, tutta la verità, su quei giorni?


giovedì 17 aprile 2014

La protesta perfetta

Zero rifiuti, zero business

Da inizio aprile l'inceneritore di Parma è entrato in esercizio definitivo.
Dopo una fase provvisoria di oltre 6 mesi, l'impianto ha ottenuto la patente per bruciare 130 mila tonnellate di rifiuti all'anno, per un periodo molto lungo, ipotizzabile in almeno 15-20 anni.
Il forno va a mille, grazie all'apporto del residuo della raccolta differenziata e da altri materiali provenienti dal recupero di rifiuti presso aziende, ospedali, impianti di depurazione delle acque.
La caldaia rimane accesa perché ci sono queste componenti, a garantire un potere calorifico sufficiente a raggiungere la temperatura minima di abbattimento degli inquinanti, che il processo di combustione di per sé produce: furani, diossine, metalli pesanti, microinquinanti.
Il dado è tratto, ed è uscito il numero del gestore.


Dopo anni di battaglie hanno vinto coloro che questo impianto lo hanno voluto, sostenuto, osannato.
Hanno perso i cittadini che hanno cercato in tutti i modi di convincere le maestranze sulla scelta sbagliata, nel 2014, di avviare un impianto di combustione quando c'è oggi la tecnologia sufficiente per gestire i materiali dismessi in modo corretto, senza causare danno a cose e persone.
Oggi viene da domandarsi quale deve essere l'atteggiamento degli anti inceneritoristi, come insomma affrontare il dopo sconfitta, il giorno dopo il verdetto.
Potrà apparire curioso, ma oggi c'è una possibilità nuova e vera per combattere il mostro, con armi affilatissime e letali.
E' la battaglia sul residuo che, da esperienze concrete e reali, è possibile vincere.
L'inceneritore oggi lo si batte togliendogli benzina, azzerando la necessità di smaltimento del territorio.
Ed è una prova democratica, incruenta, facile, realizzabile oggi.
Oggi possiamo con il nostro atteggiamento togliere fiato alla caldaia e renderla innocua.
Si dirà, “prenderanno rifiuti da fuori”.
Lo faranno, ma non sarà semplice.
L'autorizzazione attuale lo impedisce.
Ancora a parole l'ente provincia nega questa possibilità.
Oggi invece la protesta attuata da alcuni cittadini provoca l'effetto contrario alle intenzioni.
Abbandonare rifiuti per la strada, gestire male la differenziata, sporcare le frazioni riciclabili, corrisponde ad una festa per il gestore, un lauto pranzo per la fornace,
Se invece non lascio nulla nel residuo, la bocca del forno diventa amara, e vuota.
E un forte tremore giungerebbe immediato da Ugozzolo.
La protesta perfetta è non concedere nulla al nemico, ridurre a zero il vitto, rendendo arido l'alloggio.
La protesta perfetta oggi è differenziare senza difetti, sapendo che il nostro gesto è la risposta migliore possibile ad una decisione insensata e contraria al buon senso.
La protesta perfetta, anche per chi protesta con l'abbandono dei rifiuti, è comprendere che quei sacchi giungono diritti al forno, e fanno felice il gestore, che oltre tutto incassa il servizio extra per recuperare il sacco abbandonato, pagato profumatamente dall'amministrazione e poi fatto pagare ai cittadini che protestano, ed anche a quelli che non protestano.
Un conto salatissimo, che ha il sapore della beffa.
Ecco la protesta perfetta, ridurre a zero il residuo, riducendo così anche i guadagni del gestore, fino al limite del pareggio contabile, che senza rifiuti da bruciare è impossibile.
Zero rifiuti, zero business.




mercoledì 16 aprile 2014

Se questa è una città

Una industria farmaceutica di importanza internazionale cura le patologie respiratorie provocate dall'inceneritore di fronte.
Un colosso mondiale della pasta a fianco di una industria insalubre che per legge non si può costruire in zone caratterizzate per tipicità dei prodotti.
Entrambe siedono nel Cda dell'unico quotidiano locale, che dà voce a medici che virano e non a quelli che operano secondo codice deontologico.


La diocesi e il suo portacolori che salvaguardano il creato con Spa che costruiscono inceneritori, persone arrestate con accuse di corruzione, mentre altrove la chiesa maledice questi mostri.
Una provincia e il suo presidente che prima giura sull'impossibilità di rifiuti zero e tre giorni prima delle elezioni si presenta agli elettori a promuovere rifiuti zero.
Eppure oggi ci sono già le diossine nel latte materno.
Eppure per chi vive accanto agli inceneritori gli studi ufficiali rilevano aumenti di patologie tumorali, non tumorali, parti pre termine.
Meditate sul fatto che tutto questo, tutto questo, avviene ora, e per i nostri figli non c'è speranza, per colpa della vostra ignavia.
Scolpite nel vostro cuore queste parole.
Stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri cari.

O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

martedì 15 aprile 2014

Riduzione, il ruolo delle aziende

Non riciclabile? E' solo un errore di progettazione

L'azione delle famiglie sul fronte della riduzione può raggiungere risultati eclatanti.
Ma oltre una certa misura non si va.
Il motivo?
La non riciclabilità di alcune merci.
Di fronte a questo muro l'azione del singolo è inefficace.
In questo caso la responsabilità, grave, è alla fonte.
E' il ciclo produttivo che ancora commette errori di filiera e continua imperterrito a produrre oggetti non riciclabili o di difficile recupero.


In questo settore si possono fare passi da gigante.
E serve anche l'azione legislativa, per condurre le aziende alla virtù che ancora manca.
Nei nostri scarti infatti rimangono oggetti, merci, prodotti, che lo stesso gestore ci indica come “non riciclabili” destinandole mestamente alla discarica o all'inceneritore.
Sono i cosiddetti errori di progettazione.
Se un oggetto non è riciclabile al 100%, non andrebbe prodotto.
Tutto qui.
Infatti non esistono molecole non riciclabili, ma solo prodotti costruiti con materiali sbagliati o assemblati in modo tale da rendere, se non impossibile, economicamente non conveniente il loro riciclo.
Viene in mente in particolare il poliaccoppiato, l'assemblare cioè in strati sovrapposti materiali differenti tra di loro, che alla fine del ciclo vita risulta praticamente disassemblarli.
Oppure gli imballaggi con etichette fatte di un polimero diverso da quello del contenitore, che portano i selezionatori a scartarli come plastica mista (o plasmix).
Un altro esempio tipico è quello dei brick.
Il latte è confezionato sia in brick che in plastica: meglio certamente la seconda scelta che consente con una semplice mossa di poter riciclare per creare altre bottiglie dal contenitore, mentre il riciclaggio del poliaccoppiato (alluminio, plastica, carta) risulta di complessa e dispendiosa esecuzione.
Perché allora insistere su un materiale così complicato quando c'è una alternativa?
In questo caso il legislatore ha il compito di “favorire” la scelta delle aziende, ad esempio tassando i materiali di difficile riciclo, oppure addirittura fissare un limite temporale oltre il quale non sia più messi in commercio, come è stato per i sacchetti di plastica dei supermercati.
Insomma basta alibi, il traguardo rifiuti zero è vicino.

Ci vuole però la volontà di arrivarci, abbandonando la melina.

lunedì 14 aprile 2014

La banda del buco

L'intervento di Gabriele Folli, assessore ambiente del comune di Parma, sulle recenti polemiche della minoranza consiliare sulla raccolta differenziata cittadina.

Che la banda del buco si ritrovi per una bella rimpatriata per ricordare i bei tempi passati a creare la voragine che ci siamo trovati a gestire passi, ma che si mettano a criticare il modello di raccolta differenziata che sta portando Parma a livelli di eccellenza in Italia senza portare proposte ma solo vuoti slogan mi impone un intervento.
E’ stato portato ad esempio il modello di Treviso città di 83.000 abitanti (la metà di Parma) che sta utilizzando un sistema molto simile al nostro ma con alcune differenze rispetto alla frequenza. Ad esempio il residuo che a Parma viene raccolto 1 volta alla settimana mentre a Treviso ogni 2 settimane!
Sui risultati i dati parlano chiaro e la tabella qui sotto dice che sia per raccolta differenziata che per rifiuto residuo procapite i cittadini di Parma stanno lavorando bene.


Per quanto riguarda il decoro, il degrado e i fenomeni di abbandono siamo in buona (cattiva) compagnia dato che anche a Treviso purtroppo stanno sperimentando fenomeni di inciviltà visto che non più tardi di un paio di settimane fa ne hanno discusso animatamente in consiglio http://goo.gl/TggJ90 con titoli di giornale molto simili quelli dei nostri media locali.
Già da questo weekend a Parma inizieranno potenziamenti del servizio nei festivi e nel centro storico e nelle prossime settimane altri correttivi verranno adottati insieme al rafforzamento dei controlli, delle sanzioni e dell’informazione.
Siamo convinti che la strada intrapresa sia quella giusta e che occorra solo il tempo fisiologico per assestare gli inevitabili disservizi che si creano ad un cambio di sistema che tocca la quotidianità di tutti noi.

Avanti tutta!

domenica 6 aprile 2014

Riduzione è rivoluzione

Consigli pratici per una casa a rifiuti zero

Produrre rifiuti produce danno.
Per le casse del comune, per le tasche dei cittadini.
Con l'attuale gestione a caldo del residuo, un danno ulteriore, all'ambiente e alla salute.
Ridurre il danno significa ridurre i rifiuti a smaltimento.
La prima prevenzione possibile (e la più efficace) è produrne meno.
Una corretta gestione dei nostri materiali post utilizzo parte dal mettere in atto tutte le strategie possibili che conducano al calo di produzione del rifiuto residuo.
Diversi sono gli ambiti nei quali realizzare questo indirizzo.
Partendo dalle nostre case.
Basta imballaggi inutili.


Quando facciamo la spesa possiamo già cambiare il destino del mondo.
Ad esempio mettendo come discriminante alla scelta dei prodotti quello della loro impronta ecologica. Scegliamo merci che siano “leggere”, libere di ridondanti e superflui imballaggi, contenute in contenitori riciclabili, riutilizzabili, orientandoci verso prodotti sfusi che si possono poi riacquistare con lo stesso contenitore precedente.
Nei supermercati sono oggi presenti settori dedicati ai prodotti ricaricabili come detergenti e saponi. Ma anche nell'alimentare ci sono diverse opzioni che consentono di acquistare solo la quantità necessaria, senza dover gettare via poco dopo l'imballaggio, oggi utile solo al marketing ed alla pubblicità.
Scegliamo una merce che abbia un imballaggio riciclabile, con indicazioni semplici e visibili su come gestire lo scarto, come il vetro o la plastica mono materiale, rifiutiamo il poliaccoppiato come quello di alcune confezioni di latte, di difficile e dispendioso riciclo.
Anche a casa ci sono diverse azioni che fanno la differenza.
Ridurre il residuo significa attenta divisione tra secco ed umido, un modo semplice di trasformare i nostri scarti di cucina in fertile composte per i nostri campi.
Bere acqua di rubinetto consente un calo drastico della produzione di bottiglie di plastica.
L'acqua usata per la cottura della pasta è ottima per lavare i piatti: tenetela da parte con sopra un coperchio e rimarrà bollente.
In bagno solo detergenti, shampoo, saponi ricaricabili con flaconi o sacchetti scorta.
Tirare l'acqua del water solo dopo diversi utilizzi e ridurre al contempo la portata della vaschetta.
Usare la prima acqua fredda della doccia (lavarsi nella vasca ovviamente consuma troppa acqua) per innaffiare le piante.
Ridurre vuol dire anche sostituire le lampade di casa con proiettori a led, scegliere le scale invece che l'ascensore (è come andare in palestra, ma a costo zero).
Ridurre significa proteggere le pareti di casa dal sole con veneziane e tendaggi per evitare un uso eccessivo di aria condizionata, sostituire le finestre poco efficienti con infissi a doppia, tripla camera, tenere i termosifoni al minimo, chiudendo quelli non necessari.
Ridurre significa anche differenziare con cura i materiali, sciacquare i contenitori prima di riporli nei contenitori/sacchi, schiacciare per il ungo le bottiglie, raccogliere a parte i tappi di plastica e di sughero, i vestiti dimessi, le calzature.
Portare il vetro nelle campane stradali, l'olio esausto (fritture, sottoli) nei centri di raccolta, mobili e oggetti di arredo alle associazioni di volontariato. Anche gli ombrelli rotti possono essere riciclati in bellissime borse.
Non gettare nulla per le strade e i campi.
Questi suggerimenti sono indirizzati alle famiglie.
Il cerchio perfetto lo si raggiunge solo con la collaborazione del mondo della produzione di beni, tema che affronteremo con il prossimo intervento, quello sulla riduzione alla fonte.



giovedì 3 aprile 2014

I fumi di marzo

Si chiude un mese da dimenticare per l'aria dell'Emilia Romagna.
Con 88 sforamenti complessivi è il peggiore dall'inizio dell'anno.
I giorni sopra la quota di precauzione (40 µg/m3) sono stati 132.


A Parma stiamo per tagliare il traguardo dei 35 giorni di sforamento consentiti in un anno intero: solo che li abbiamo consumati in 3 mesi, 32 gli sforamenti sino ad oggi oltre il limite dei 50 microgrammi per metro cubo di aria, 48 i valori oltre la soglia di attenzione.
Complessivamente, in tre mesi i valori regionali sono andati fuori limite 192 volte, mentre 314 valori hanno superato la soglia di attenzione.
Sul banco degli imputati le emissioni da traffico veicolare, su tutti i motori a gasolio, le emissioni di tipo industriale tra cui ovviamente gli inceneritori, le caldaie domestiche.
Il Nord industrializzato produce una imponente quantità di veleni che se non rimescolati in aria dalle correnti atmosferiche stazionano anche per giorni e giorni sulle città.
L'intero bacino padano si trasforma così in una enorme camera a gas molto democratica, dove tutti respirano la stessa aria, anche purtroppo gli incolpevoli come bambini e anziani.
Le polveri sottili dichiarate cancerogene di classe 1 dall'Oms lo scorso ottobre, sono responsabili di un numero sempre maggiore di decessi oltre che causare incrementi di malattie legate all'apparato respiratorio ma anche a quello cardio vascolare.
Sono 14 i morti al giorno per traffico nelle grandi città, 14 mila il totale annuo.
Un terzo delle morti tra i giovani sono causate dal fattore ambientale.
L'esposizione alle polveri sottili causa in Europa la morte di 13 mila bambini nella fascia 0-13 anni.
Sono numeri da brividi, una vera e propria ecatombe alla quale però non sembra siano in vista decisioni drastiche e risolutive.
Preso atto della causa effetto esposizione-malattia dovrebbero scattare contromisure in grado di abbassare le soglie dei veleni a cui ci esponiamo ogni giorno.
Decisioni shock per situazioni shock.
Una grande rivoluzione dovrebbe coinvolgere tutto il mondo produttivo.
La tecnologia è già di grado di affrontare e risolvere il problema dell'inquinamento.
Manca però la volontà politica e uno sguardo al futuro.
Sempre più nero.

mercoledì 2 aprile 2014

Golgota


Un venerdì santo retrodatato.
Crocefissione di un territorio, inchiodato sulla croce di Ugozzolo.
Le stazioni del Calvario fanno tappa oltre il Tav, gigolò per i viaggiatori upper class, mentre i pendolari ammuffiscono su carrozze western che corrono come gamberi.
Si celebra sommessamente e al posto degli spruzzi di champagne sbuffi scuri, in alto, che cospargono di cenere i peccatori, come tradizione richiede, memento del destino già scritto.
La domanda sorge spontanea.
Chi si presenterà all'assemblea?
Chi mostrerà il sorriso davanti ai giorni amari che si stanno approssimando?
Tanto per far di conto.
Il suicidio assistito quanti assistenti conta?
E' il futuro che se ne va (in fumo), polverizzato insieme a materie irrecuperabili, che per rabbia diventano molecole pericolose, che se ne vanno impazzite per la campagna, scegliendo a caso le loro vittime, compiendo infine la loro vendetta.
Mi hai rifiutato? Eccoti la velenosa paga.
Il concetto passa tutto di là, dal come vuoi trattare i tuoi scarti.
Te ne freghi? Arriva il conto, salatissimo.
E le tasche che si riempiono sono le solite.
Il potere dei cittadini è per assurdo, in questo caso, assai cospicuo.
Sono loro a decidere su quale piatto della bilancia insistere.
Per fortuna dei sostenitori di certi impianti non lo hanno ancora capito.
I sacchetti colorati che fanno primavera lungo le strade del centro, ma anche in periferia e nelle campagne non scherzano, ne è testimonianza convinta.
Vogliono protestare e la loro protesta lievita i portafogli di coloro contro i quali levano gli scudi.
Come se una prima linea al fronte attaccasse battaglia sparando dietro di sé.
Il risultato è assicurato,
Il salterio volge all'oscurità, è il momento di quel buio fitto che scese all'improvviso, impaurendo i cuori, certificando il disastro compiuto e non più sanabile.
E c'è ancora chi ha messo al fresco le bottiglie.
Che animi sensibili.
E' l'eccellenza della food valley, pelo fitto, come re maiale, e stomaci capienti.
E sguardo vuoto, che si commuove solo per la carta moneta.